Probabilmente don Pedro da Toledo non avrebbe mai immaginato che la sua decisione di dare vita ai Quartieri Spagnoli alla metà del XVI secolo avrebbe poi, molti anni dopo, dato origine ad uno dei quartieri più rappresentativi del cuore di Napoli; era sua intenzione dare una risposta sia all’importante incremento demografico che stava subendo in quegli anni la città di Napoli e sia alla esigenza di trovare una collocazione adeguata e strategica per i soldati spagnoli di stanza a Napoli.
Stanziati sulla salita verso Castel S. Elmo i soldati spagnoli si ubicarono in una zona comoda e strategica per la difesa della città e per controllare le rivolte interne dei napoletani nei confronti dell’occupazione, in un’area delimitata in basso dalla Via Toledo, che proprio in quegli anni ebbe origine.
Gli anni, le epoche storiche e le vicissitudini che hanno accompagnato la città hanno visto anche la trasformazione di questo luogo di dimora dei soldati che man mano è divenuto residenza di un popolo difficile e genuino, ma anche aristocratico.
Luogo delle difficoltà e della povertà, che tra gli angoli di una scacchiera di vicoli, palazzi, di case umili e alcove ha dato origine ad una cultura e ad un’arte, capaci di unirsi e di creare quella magia che è Napoli e la sua storia, che dietro a Via Toledo espone al mondo i Quartieri Spagnoli.
Luogo di criminalità, di prostituzione e di degrado e insieme un enorme serbatoio per la città, pieno di gioia e di festosità, di semplicità, di umanità e d’accoglienza, colmo di quella napoletanità in grado di oscurare e poi di colorare ciò che di brutto la città subisce.
I Quartieri Spagnoli ultimamente sono stati trasformati in una meta del turismo, presepe della Napoli autentica con i suoi vicoli, la vita vissuta immersa in un mare di panni stesi, di urla e sorrisi che annunciano gli scambi tra persone in una atmosfera quasi di canto, una vita autentica intervallata sempre di più da luoghi dell’accoglienza per chiunque abbia voglia di immergersi nel cuore di questa città.

Da visitare ci sono molte chiese e ognuna rappresenta la cultura religiosa di Napoli e di questa parte di popolo, nascondendo e palesando arte, prodigi e superstizioni, storie di una vita vissuta nell’apparenza ma anche in una intimità nobile e profonda, luoghi da visitare con uno spirito curioso alla ricerca di informazioni, spesso uniche e inaspettate.
Stesse sensazioni si possono percepire anche osservando e curiosando nei tanti palazzi storici di questo quartiere che si intervallano come fiori in un prato oltraggiato e lavorato con umili dimore, che assumono un aspetto dignitoso, che sta in piedi perché influenzato dal vento della nobiltà.
Per iniziare il vostro cammino Vi propongo, però, una passeggiata alla ricerca di una Napoli che si fa arte per il popolo, alla scoperta di alcuni murales che contribuiscono a modificare la percezione dei Quartieri Spagnoli.
Cercate sulla vostra mappa Via Emanuele De Deo, salendo su questo vicolo all’incrocio con Vie Tre Regine non solo avete la sensazione del contesto urbano, architettonico e sociale, scenario dell’animosità di Napoli e dei napoletani ma avrete anche il primo incontro con uno degli artisti che ha cantato, esaltato e soprattutto spiegato Napoli. La luce che ha lasciato Luciano De Crescenzo sui caratteri vitali di Napoli la potete trovare nel primo murales a lui dedicato all’incontro con Vico Tre Regine, salendo guardando a destra; “O pallone miez ‘e machine”, dipinto in cui il poeta guarda dei bambini che cercano di recuperare un pallone tra le auto, tempo dell’improvvisazione nel gioco.
Osservatelo pensando ad uno dei tanti pensieri che questo artista ha donato alla vita di tutti noi e che da Napoli ha trovato origine e che nei quartieri spagnoli diventa memoria ed esaltazione.
“Il tempo è una emozione ed è una grandezza bidimensionale, nel senso che puoi viverlo in lunghezza o in larghezza. Se lo vivi in lunghezza, in modo monotono e sempre uguale, dopo 60 anni avrai 60 anni. Se invece lo vivi in larghezza, con alti e bassi, innamorandoti e magari facendo pure qualche sciocchezza, magari dopo 60 anni avrai solo 30 anni. Il problema è che gli uomini studiano come allungare la vita, quando invece dovrebbero studiare come allargarla. Vedi, esiste un tempo esterno e uno interno. Il tempo esterno è quello degli orologi, dei calendari, ed è uguale per tutti. Il tempo interno, invece, è un fatto personale nostro, come il colore degli occhi e dei capelli, ed è diverso da persona a persona. Ecco perché ci sono persone che hanno 60, 70 o 80 anni ed hanno l’impressione di averne 20. La verità è che non è un’impressione: ne hanno davvero 20”.

Proseguendo la passeggiata, tra i mille colori che si affacciano su Via Emanuele De Deo, senza pensare alla vitalità che si scorcia osservando le sue traverse arriverete in quello che apparirà come il santuario di Maradona, dominato da un evocativo murales, realizzato nel 1990 da Mario Filardi, come rappresentazione del cuore della città in omaggio a chi più di tutti ha rappresentato il riscatto, la forza, l’orgoglio di un popolo e restaurato qualche anno addietro da Salvatore Iodice, sulla spinta dell’emotività e della voglia di far emergere un sentimento ancora vivo in questa città. Vi chiederete com’è possibile che la forza del calcio abbia dato vita ad un santuario della memoria e della gratitudine; la risposta, magari parlando con qualche napoletano, la troverete sicuramente nella enorme forza del riscatto napoletano ma soprattutto cercando di capire come Maradona ha interpretato il suo ruolo a Napoli, con la forza della gratuità e con la capacità di far diventare il calcio un dono al cuore dei napoletani, la sua immagine un tutt’uno con la città. Un murales, un luogo simbolo dell’amore viscerale di Napoli per il suo eroe e di Maradona per il riscatto degli ultimi che a Napoli avevano il volto di chi non riusciva ad esternare la ricchezza del proprio cuore.

Nello stesso luogo in cui si trova il murales di Maradona, quasi a volerne svelare il messaggio poetico si contrappone un altro murales dell’artista argentino Francisco Bosoletti “L’impudicizia velata”, opera tanto distante dalla precedente quanto legata dalla capacità di entrambe di svelare la sapienza, la prima con la vita del popolo stando vicino ai valori che tramanda, la seconda dalla sapienza che viene dalla mente ma che non si accende se non attraverso il cuore.

Alla fine di Via Emanuele De Deo, affacciandosi a Vicolo Concordia il murales di nuovo si fa Napoli e cultura popolare con dei dipinti dedicati agli artisti che da Napoli hanno ricevuto la scintilla della loro immaginazione e poetica, vedrete Pino Daniele, Massimo Troisi e allora perché non soffermarsi su questi versi di entrambi questi artisti
“O’ ssaje come fa ‘o core
Tu stive ‘nzieme a n’ato e je te guardaje
Primma ‘e da’ ‘o tiempo all’uocchie è s’annammura’
Già s’era fatt’ annanze ‘o core a me, a me
‘O ssaje comme fa ‘o core a me, a me
Quand’ s’è annamurato
Tu stive ‘nzieme a me, je te guardavo
Comm’è succiesso, ammore, ca è fernuto
Ma je nun m’arrenn’ ce voglio pruva’, je no, je no
‘O ssaje comme fa ‘o core, je no, je no
Quann s’è sbagliato
Eh, o sai comme fa o core quann s’è sbagliat, no?
Quann s’è sbagliato
Ma je nun m’arrenn’ ce voglio pruva’, je no, je no
‘O ssaje comme fa ‘o core, je no, je no
Quann s’è sbagliato
Quann s’è sbagliato”
Da Vico Concordia, il tempo solo di girarsi e di guardarsi intorno che avrete modo di entrare in Vico Totò, quello che il nuovo nome di Va Portacarrese, espressione a cielo aperto dell’arte di strada per dare omaggio a Nino Taranto e Peppino De Filippo e al grande Totò, passeggiando osserverete nel vicolo i disegni a loro dedicati; vi metteranno di buonumore e vi provocheranno una nostalgia che leggendo uno dei famosi aforismi del Principe della risata, che vi riporto, trasformerà il vostro sguardo fino a divenire dolce.
“Questo cuore analfabeta, tu l’hai portato a scuola, e ha imparato a scrivere, e ha imparato a leggere, soltanto una parola: ‘Amore’ e niente più.”
Terminata questa breve passeggiata lungo i murales di Via Emanuele De Deo, ci sarebbero da visitare Chiese e luoghi che hanno fatto la storia di Napoli e dei suoi segreti e misteri, vi cito Santa Maria della Mercede a Montecalvario, Sant’Anna di Palazzo, Santa Maria Francesca delle cinque piaghe di Gesù Cristo, dove si venera la Santa e dove c’è la famosa sedia della Fertilità;potrete cercarne l’ubicazione e documentarvi, concederete così del tempo all’arte che è ricchezza per lo spirito.

Se invece ne avrete voglia, tra le tante scoperte che ogni angolo di questo quartiere nasconde, inserite il tempo della casualità, camminando senza meta, certamente osservando, lasciando libera la vostra porta dello stupore ma con quella improvvisazione che vi renderà protagonista del vostro cammino e allora chiedete, fermatevi a parlare, fatevi raccontare, perché questo è quello che vi succederà, la gente vi racconterà Napoli, quello che sono stati i quartieri, quali sono i problemi e, forse, le soluzioni, ma fateci caso, il racconto sarà accompagnato dal sorriso e dall’occhio acceso di chi la vita la vuole vivere con coraggio, speranza e sempre con gioia. Un incontro come quello che potrete fare in Vico Lungo del Gelso affacciandovi al “vascio” di Nunziatina o fermandovi per qualche minuto a salutare Tarantina. Il senso di napoletanità che respirerete e la storia che attraverserà i vostri pensieri sono difficile da spiegare, e quindi è più opportuno lasciare qualche pensiero al vento della casualità che spendere parole inutili.

L’ultimo suggerimento, per chi ne avrà voglia, è l’esperienza della “Pedamentina”, le 400 scale che congiungono i Quartieri spagnoli al Vomero, il panorama che avrete di fronte è di difficile descrizione perché non riguarda solo gli occhi ma invade il cuore.